Passavia…
“Siamo arrivati alla tappa numero 9, da Hockburg a Passau. È domenica e se è festa per tutti, perchè non dovrebbe esserlo anche per me, quindi decido di prenderla con calma. La tappa non è molto lunga, saranno circa ottanta chilometri. Il percorso non sembra essere particolarmente difficile, se non negli ultimi sedici chilometri quando la strada inizierà a salire. Dai percorsi che ho consultato, ci saranno una serie di salite e discese. Abbastanza impegnative. Negli ultimi sei chilometri, poi la strada scenderà rapidamente fino a raggiungere i 312 metri di altitudine di Passau.
Passau viene chiamata anche la città dei tre fiumi, poiché qui si incrociano il Danubio, che a sud riceve l’Inn, mentre a nord riceve il più piccolo Ilz. Geograficamente, Passau (in italiano Passavia) è ubicata in Baviera e prende il suo nome da un castello romanico, il castello di Batavis.
Dicevo all’inizio che la partenza alle 10 è stata condizionata dalla colazione spostata alle 8, e di conseguenza ciò ha fatto ritardare tutta la giornata, ma non ho orari d’arrivo da rispettare, quindi va benissimo così. L’hotel dove ho pernottato è piccolo ma ben gestito, pulito, con particolare attenzione all’ospite. In sala breakfast, un gruppo di sei coetanei raiders, tutti vestiti con i colori del loro motoclub, parlano e ridono mentre bevono quantità industriali di caffè.

Terminata la colazione, mentre sto sistemando il mio bagaglio sulla Scontrosa, due bambini si avvicinano all’hotel. La bambina, di circa dieci anni, porta una pianta fiorita, mentre il maschietto, reggendolo con entrambe le mani a mo’ di offerta, porta un libro. Con il loro passo, ricordano la sacralità del sacerdote e i chierichetti che portano il pane e il vino all’altare per la consacrazione. Inizialmente, non capisco, ma poi ricordo: oggi è la festa della Mamma. In questi paesi, la gestualità, il passo e il dono per una ricorrenza hanno un significato molto diverso rispetto alle nostre città.
Prima di partire, faccio un’ultima verifica: la pressione delle gomme. Stranamente, quella posteriore è abbastanza sgonfia. Prendo la mia magica micro pompa elettrica, grande quanto un mezzo pacchetto di sigarette, e in un attimo la gomma è sistemata. Saluto i raiders che si godono l’ultima sigaretta prima di partire, e anche stamattina inizio a pedalare.

Le strade sono deserte, c’è un bel sole caldo. Indosso una maglietta estiva e uno smanicato antivento e si parte. La mia gamba inizia a prendere forma e la pedalata è molto più fluida. Devo ancora lavorare sulla continuità, infatti verso i cinquanta chilometri inizio a perdere, anche se dopo essermi sgrossato nella fluidità della pedalata, cercherò di iniziare a fare ritmo. Imbocco una strada bianca a schiena d’asino: il centro è più alto dei lati di circa 30 centimetri e bisogna fare attenzione. Lungo questi quindici chilometri, inizio a pedalare velocemente in un bosco enorme dove la luce fatica ad entrare e il freddo fa venire i brividi. Non c’è anima viva e il paesaggio, sebbene bello, ricorda un film horror, dove in questo silenzio assordante, anche il più piccolo rumore fa battere il cuore. In fondo però sono solo pensieri, sensazioni, ma nulla di più. Alla fine, rivedo il sole e questa sensazione di brivido scompare. Ora sono sull’argine del fiume Inn, e oggi, essendo domenica, incontro tantissime persone. È curioso notare quanto il mio bagaglio incuriosisca la gente. Qualcuno, più curioso di altri, mi chiede da dove vengo e dove vado. Non sono colloqui lunghi, ma sono sempre conditi dalle solite esclamazioni: “Ohhh”, “Whaooo”. Qualcuno, probabilmente già stato in vacanza in Italia, mi dice “bravo, molto coraghioso”, e io rido e pedalo.

Gli ultimi sedici chilometri sono sempre il mio dannato supplizio, soprattutto se sono percorsi con dei dislivelli. Questo non l’ho ancora digerito. C’è da dire che nonostante la mia grande passione per le salite, un grande scalatore non lo sono mai stato. Probabilmente, anzi sicuramente, non ho il fisico da scalatore, e forse nemmeno un’abitudine respiratoria in grado di supplire a certi sforzi. Infatti, quando facevo atletica, ero bravo nelle corse veloci e nei salti, piuttosto scarso nel fondo e nel mezzofondo. Ma ci sto lavorando e spero presto che qualche piccolo miglioramento sia percepibili. In fondo però per me il ciclismo resta sempre lo sport del sangue sudore e lacrime, devo però ammettere che molto anche in questo sport è cambiato, dav quando il business ha fatto il suo ingresso, e tutto fin dalle squadre giovanili viene programmato in modo maniacale. E’ sicuramente una narrazione quella che hanno fatto Paolo Conte con Bartali e sia quella di Lucio Dalla con Nuvolari, che evoca due mondi, due stili di vita che oggi non ci sono più, era l’Italia del dopo guerra, quell’Italia che voleva ripartire anche dallo sport dove l’uomo aveva un peso fondamentale, dove le tecnologie non avevano nessun peso, il peso che hanno ai giorni nostri.. Oggi nel ciclismo, anche in quello dilettantistico, ma non solo, anche in quello amatoriale ci si allena verificando i watt che si è in grado di esprimere, e che misurano anche i miglioramenti legati alla tecnologia nutrizionale. Stasera anch’io ho deciso di seguire questi nuovi dettami nutrizionali,… andando a cena da Mc.Donald!
immagini di giornata,..



